L'idea
Lo spazio delle parole che crescono ed entrano in relazione.
wordspace è lo spazio delle parole che crescono ed entrano in relazione fra loro. Non un archivio: un tessuto che si forma da sé, mentre scrivi.
wordspace lavora su due materiali. Quello che scrivi da oggi diventa una wiki: è la prima parte di questa pagina. Quello che hai già scritto negli anni — il pregresso, sparso nelle cartelle — si ritrova nei Temi: è la seconda. Vai ai Temi ↓
Perché il riordino non dovrebbe essere lavoro tuo
Prendere appunti è facile. Ritrovarli, collegarli, accorgersi che due note si contraddicono — questo è il lavoro che nessuno ha tempo di fare. wordspace lo fa per te, mentre scrivi. Tu pensi per note; l'intelligenza, tutta sul tuo Mac, le rilegge e le organizza per argomenti, persone e idee.
Nessuna delle parole del modello entra nella tua wiki: entra solo ciò che scrivi tu. Il modello osserva, non detta.
Questo vale anche per ciò che arriva da fuori. Una nota vocale presa in strada, uno spunto che l'app ti propone: restano lì accanto, consultabili, ma non diventano il tuo pensiero. Nella wiki arriva quello che scrivi dopo averli attraversati.
Come funziona
Ogni volta che salvi, un motore locale rilegge le note nuove o cambiate e aggiorna la mappa.
Il ciclo si chiude: quando rispondi a una contraddizione o raccogli uno spunto, quello che scrivi rientra come nota. Il sistema non ti restituisce ciò che sai — ti fa scrivere ciò che non sapevi di pensare.
Tre numeri
Le contraddizioni non le cerca il modello: le cerca il codice, e il modello interviene solo dove serve capire una lingua. È la scelta di progetto che rende tutto il resto possibile, ed è misurata.
Zero falsi allarmi su 18.000 casiIl confronto deterministico dei fatti — importi, date, quantità — ha prodotto 7.333 segnalazioni in sei lingue senza sbagliarne una. Non dipende da quale modello hai installato: è codice.2,73 GB in memoriaMeno di un browser con una dozzina di schede. Dentro ci sta tutto: estrazione, regole, giudizio, riassunti, ricerca.144 occasioni di inventare un numero, nessuna coltaMetà delle domande di prova non avevano risposta nelle note. Nessuno dei due modelli ha risposto comunque.Lo studio completo dice anche dove il sistema non regge: le misure, per intero. →
I benefici
L'intelligenza in locale
Niente server nostri, niente account, niente tracciamento. Il modello gira sul Mac, e i tuoi testi non arrivano mai a noi: fra iPhone e Mac viaggiano nel tuo iCloud.
Ti toglie il riordino, non il pensiero
Temi, persone e collegamenti emergono dalle note. Non costruisci la struttura: la trovi già fatta. Il tempo risparmiato torna dove serve.
Il pensiero in dialogo
La wiki ti mostra le contraddizioni fra ciò che hai scritto in tempi diversi, e ti pone domande di posizionamento. Non risposte: domande.
Matura nel tempo
Più scrivi, più fitta è la rete. La conoscenza non si accumula: si connette.
Resta tuo
I tuoi testi sono in Markdown, formato aperto e non proprietario: quello che scrivi è quello che viene salvato, senza campi nascosti né formati chiusi. Le pagine della wiki sono file leggibili nella cartella dell'app, e delle tue note l'app tiene una cronologia delle versioni precedenti.
Ogni affermazione porta la sua fonte
Le citazioni sono confrontate carattere per carattere con le tue note prima di comparire. Quelle che non reggono vengono fermate.
Cosa non è
wordspace non è un assistente che lavora al posto tuo. Ti restituirà contraddizioni da sciogliere e domande scomode, e nessuna delle due si risolve da sé.
Non è nemmeno un archivio che si limita a conservare. Nota quando cambi idea, quando una fonte esterna tace proprio su ciò che a te importa, quando un concetto torna abbastanza spesso da meritare una pagina propria.
È uno strumento per pensare meglio, non per archiviare di più. Il segnale che sta funzionando non è che ti sembri intelligente: è quando ti mostra un attrito che ti dà fastidio.
Un attrito, però, dà fastidio solo se è vero. Una contraddizione inventata dà lo stesso fastidio di una vera, e dopo la seconda o la terza si smette di guardarle tutte. È per questo che nel nostro lavoro la precisione conta più di quanto trovi: un conflitto non trovato costa un'occasione, un conflitto inventato costa lo strumento.
Il nome lo dice: wordspace è lo spazio delle parole — dove le parole crescono ed entrano in relazione fra loro.
L'archivio che hai già: i Temi
Dall'archivio ai temi: trovare il tuo lavoro dentro tutto il resto.
Un archivio di vent'anni non si riordina: si scopre che cosa contiene. Questa scheda guarda le cartelle che scegli, prende quello che hai scritto tu, e lo raggruppa in temi. Tu scegli quali tenere, dentro ogni tema che cosa, e che cosa portare in wordspace.
Il problema
Le cartelle dicono dove hai messo le cose, non di che cosa parlano. Una pratica sta in tre posti, una cartella «Varie» ne contiene dieci, e la maggior parte dei file non li hai scritti tu: sono atti ricevuti, moduli, allegati, scaricati.
E nessuno decide su quarantamila righe. Il lavoro non è sfoltire un elenco: è trovare il nucleo di cose tue dentro la massa, e decidere su quello.
Come funziona
Nessun passaggio sposta, cancella o scrive un file. In wordspace entra solo quello che porti tu — un documento in Inbox o in una nota, le note dei temi che importi: da sola, la scheda non scrive niente fra le tue note.
Dentro un tema
Un tema grosso non si tiene o si butta intero. Dentro ha tre livelli di decisione, tutti per gruppi interi — nessuno file per file.
- Tengo o archivio — il tema intero, con un interruttore. Archiviare non cancella: il tema scende nella sezione «Archiviati» e da lì si riaccende.
- I sottotemi — i gruppi che escono da soli dentro il tema. Si mostrano solo se reggono: se cambiano da un campione all'altro sono rumore, e non se ne mostra nessuno.
- Le fonti — interne — scritte da te e non doppioni di altri — ed esterne: atti, moduli, allegati, doppioni. Si tengono o si lasciano fuori a gruppi.
L'elenco dei file sotto è sempre il ritratto di quello che tieni: toglie da sé quello che le scelte sopra lasciano fuori.
Due modi di guardare un tema
Come testo — sottotemi, fonti, file — o come nuvola: tutti i documenti come punti, disposti per cartelle, e quelli del tema accesi. Nella nuvola si vede subito se un tema sta in una cartella sola o è sparso dappertutto; passando sopra un altro tema dell'elenco si accendono i suoi. Si sceglie sotto «Vista», e vale per tutti i temi.
Quanto è misurato
Ogni soglia della scheda è stata tarata su un archivio vero o su archivi costruiti apposta, dove la risposta giusta è nota. Alcuni esempi, compreso quello che torna solo in parte.
Quello che non fa
Non legge le cartelle che escludi — e la scheda dice sempre quali sono, anche quando non ne escludi nessuna.
Non tocca i file: niente si sposta, si rinomina o si cancella.
Non decide al posto tuo. Propone temi, nuclei e sottotemi; tenere o archiviare è un gesto tuo.
Non copre tutto. Circa un quarto dei tuoi documenti non somiglia a nessun tema: è la coda lunga di ogni archivio personale, roba messa via e mai più guardata. Resta dove sta, e la scheda te lo dice invece di nasconderlo dietro un conto più bello.
Il ponte fra le due parti
Le due parti restano separate: i Temi non scrivono note, e la wiki non legge l'archivio. Il ponte lo attraversi tu. Dalla pagina di un tema, «Importa…» porta un documento nell'Inbox ad aspettare, oppure in una nota: come fonte esterna, da consultare ma fuori dalla wiki, o come fonte interna collegata, il cui testo entra nella wiki e segue il file.
E se un argomento non esce da solo, «Nuovo tema…» lo apre a partire da una parola che compare nei tuoi documenti, con le parole vicine che la accompagnano.
Riferimenti
La wiki
- Vannevar Bush — As We May Think (1945). Immagina il Memex, una scrivania che conserva libri e appunti e permette di legarli fra loro in percorsi associativi. L'intuizione che conta non è l'archiviazione: è che il valore non sta nei documenti ma nei collegamenti che una persona traccia fra loro, e che quei percorsi vanno conservati come il materiale stesso.
- Niklas Luhmann — Communicating with Slip Boxes (1992). Descrive lo Zettelkasten con cui ha scritto decine di libri: schede brevi, ciascuna con un'idea, collegate fra loro invece che ordinate per argomento. Il punto è che la struttura non si progetta in anticipo — emerge dai collegamenti. E l'archivio, cresciuto abbastanza, diventa un interlocutore che restituisce accostamenti che non avevi previsto.
- Sönke Ahrens — How to Take Smart Notes (2017). Riporta il metodo di Luhmann alla pratica quotidiana. La distinzione utile è fra appunti fugaci, note su ciò che si legge e note permanenti scritte con parole proprie: solo le ultime valgono, perché riformulare è già pensare. Prendere appunti non serve a ricordare, serve a costringersi a capire.
- Joon Sung Park et al. — Generative Agents: Interactive Simulacra of Human Behavior (2023). Introduce la reflection: l'agente non accumula solo osservazioni, ma periodicamente le rilegge e ne sintetizza convinzioni di livello più alto. È la differenza fra una memoria che cresce e una che si consolida — e il riconoscimento che senza quel passaggio il volume soffoca il senso.
- Andrej Karpathy — llm-wiki (2026). Propone di compilare le note una volta sola in un wiki di pagine collegate che il modello mantiene, invece di recuperarne frammenti a ogni domanda. Il modello legge, distilla, aggiorna e segnala i conflitti; la conoscenza si accumula invece di essere riscoperta ogni volta. Il markdown resta leggibile perché la persona possa controllare quello che il modello ha scritto.
I Temi
- H. P. Luhn — The Automatic Creation of Literature Abstracts (1958). Le parole che contano sono quelle che tornano spesso in un documento ma non dappertutto. È l'idea di partenza di tutto il conteggio delle parole della scheda.
- Karen Spärck Jones — A Statistical Interpretation of Term Specificity (1972). L'idf: una parola pesa tanto meno quanti più documenti la contengono. È il peso usato per i nomi dei temi e per le «parole che qui tornano spesso» dell'albero.
- G. Salton, A. Wong, C. S. Yang — A Vector Space Model for Automatic Indexing (1975). Ogni documento diventa un vettore di parole pesate, e due documenti si somigliano quanto i loro vettori. È il modo in cui la scheda decide che cosa sta insieme.
- J. S. Justeson, S. M. Katz — Technical Terminology (1995). Le espressioni fatte di più parole — «ipoteca giudiziale», «superficie lorda» — dicono più delle parole sciolte. Sono le frasi minime in testa ai nomi dei temi.
- F. Murtagh — Hierarchical Clustering Algorithms (1983). La catena dei vicini reciproci: due documenti si uniscono quando ognuno è il più vicino dell'altro. È l'algoritmo che costruisce i temi e i sottotemi.
- R. Campello, D. Moulavi, J. Sander — Density-Based Clustering Based on Hierarchical Density Estimates (2013). Si tengono i gruppi che restano stabili a molte altezze dell'albero, non quelli di un taglio solo. È il criterio con cui i sottotemi vengono scelti.
- P. J. Rousseeuw — Silhouettes (1987). Quanto un documento sta meglio nel suo gruppo che nel gruppo vicino. Serve a scegliere quanti temi tenere invece di fissarne il numero a priori.
- A. Singhal, C. Buckley, M. Mitra — Pivoted Document Length Normalization (1996). Il coseno penalizza i documenti lunghi, che spalmano il peso su molte parole. Correggendolo, i documenti lunghi che restavano fuori dai temi — quelli scritti davvero — sono rientrati.
- M. Grootendorst — BERTopic: class-based TF-IDF (2022). Il nome di un gruppo si trova confrontando le sue parole con quelle degli altri gruppi, non con tutto l'archivio. È il modo in cui i temi prendono il nome.
- J. Carbonell, J. Goldstein — Maximal Marginal Relevance (1998). Scegliere elementi pertinenti ma diversi da quelli già scelti. È il principio per cui un documento con venti gemelli conta meno, nel nucleo, di uno scritto una volta sola.
- A. Strehl, J. Ghosh — Cluster Ensembles (2002). L'informazione mutua normalizzata: quanto due raggruppamenti dicono la stessa cosa, da zero a uno. È la misura con cui si confrontano i ricampionamenti.
- A. Ben-Hur, A. Elisseeff, I. Guyon — A Stability Based Method for Discovering Structure in Clustered Data (2002). Un raggruppamento è vero se ricompare uguale su campioni diversi dello stesso insieme. È la prova che un sottotema deve passare per essere mostrato.
- J. J. Rocchio — Relevance Feedback in Information Retrieval (1971). Una domanda si allarga con le parole dei documenti che le rispondono meglio. È il modo in cui «Nuovo tema…» propone le parole vicine alla tua.
- A.-L. Barabási — The Origin of Bursts and Heavy Tails in Human Dynamics (2005). Le attività umane arrivano a raffiche, non in modo regolare. È per questo che il tempo distingue una pratica — tanti documenti in pochi mesi — da una raccolta distesa su anni.
- T. W. Malone — How Do People Organize Their Desks? (1983). Ci sono persone che archiviano e persone che accumulano, e un sistema deve servire entrambe. La scheda non presume che le tue cartelle siano ordinate.
- C. Marshall — Rethinking Personal Digital Archiving (2008). Il «benign neglect»: gran parte di un archivio personale è messa via e mai più guardata, e va bene così. È il motivo per cui un quarto dei documenti resta fuori dai temi senza essere un difetto.
- O. Bergman, S. Whittaker — The Science of Managing Our Digital Stuff (2016). Le persone ritrovano le cose navigando, non cercando: la struttura conta più della ricerca. È il motivo per cui i file del tema si mostrano nelle loro cartelle, e la ricerca sta sotto.
- J. Stasko, E. Zhang — Focus+Context Display and Navigation Techniques for Enhancing Radial, Space-Filling Hierarchy Visualizations (2000). L'albero delle cartelle come un disco a spicchi, dal centro verso il bordo. È la disposizione della nuvola: ogni spicchio è una cartella, e un tema sparso si vede sparso.
- B. Shneiderman — The Eyes Have It (1996). Prima la panoramica, poi zoom e filtro, poi i dettagli a richiesta. È l'ordine della barra: in cima quello che vale per tutto, sotto le opzioni e i temi.
- T. Forte — Building a Second Brain (2022). Progetti, aree, risorse, archivi: si organizza per quello che è vivo e per quello che è finito. La scheda dice di ogni tema se è vivo o finito, e fa archiviare invece che cancellare.